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Scritto da Giuliano Barbolini il 03/07/2009  Commenti: 0
Ci sono vicende per le quali si fatica veramente a trovare le parole. L’invito a cena del premier a casa del giudice costituzionale Mazzella è una di queste. Non ci sono infatti aggettivi appropriati per descrivere la gravità di una vicenda che va contro ogni senso delle istituzioni, del rispetto delle regole, della opportunità e della decenza.
Lo stupore si mescola all’indignazione per un comportamento che in qualsiasi altro paese avrebbe portato alle immediate dimissioni dei giudici coinvolti. E invece, a cominciare dal principale quotidiano nazionale, le reazioni di chi dovrebbe valutare, analizzare e spiegare i fatti all’opinione pubblica sono di parziale e moderata comprensione.
Che due giudici costituzionali, membri di una delle istituzioni più solenni e importanti del Paese, invitino a cena il protagonista unico di un procedimento che dovranno esaminare nei prossimi mesi ha dell’incredibile. Sono poi ridicole le posticce giustificazioni raccontate in parlamento dal fido Elio Vito, secondo il quale durante la serata non si sarebbe parlato del lodo Alfano. Forse l’argomento è stato il campionato di calcio, peccato fosse finito pure quello da settimane.
E lascia stupefatti anche l’arroganza del giudice Mazzella, che in una lettera al premier resa pubblica ieri sembra addirittura vantarsi della propria condotta confermando che lo rifarebbe anche in futuro.
Ha ragione Aldo Schiavone, quando scrive su Repubblica di ieri che “La lettera aperta che il giudice Mazzella ha scritto al presidente del Consiglio è un testo troppo meschino per essere veramente preoccupante dal punto di vista culturale: ci senti dentro un'aria di combriccole, di tavole imbandite, di domestiche fedeli e di chiacchiere, che nulla ha che fare con quello che dovrebbe essere lo spirito, il costume, lo stile mentale di un grande Servitore del diritto e della giustizia, quali che siano i suoi punti di riferimento ideali. I giudici costituzionali avrebbero da rispettare uno status, che qui risulta violato nella forma e nella sostanza. Non c'è nella lettera una sola parola che rimandi all'altissima funzione ricoperta da chi la scrive, e ai doveri che essa prescrive - doveri scritti e non scritti: nulla di nulla; un silenzio agghiacciante”.
Altrettanto sconcertante è la mancata reazione dell’opinione pubblica, anche se appare abbastanza scontata vista la tiepida reprimenda degli organi di informazione a parte i “soliti” Repubblica e Unità.
Siamo di fronte a un Paese che non sembra più percepire nemmeno le palesi violazioni delle regole, della decenza, incapace di andare anche solo di pochissimo sotto la superficie delle cose.
Questo consente al premier di chiedere ottimismo per risolvere la crisi e di non dover rispondere delle clamorose mancanza del proprio governo rispetto alla drammatica recessione che sta colpendo l’economia, le famiglie, le imprese. Allo stesso modo permette di far passare in cavalleria una vergogna inutile come la recente legge sull’immigrazione, un provvedimento ispirato unicamente dalla cattiveria e che sarà del tutto inefficace per contrastare i fenomeni per i quali è stata promulgata. Anche perché, allo stesso tempo, il governo “della tolleranza zero e della sicurezza” ha tagliato 3.5 miliardi di euro alle forze dell‘ordine.
Purtroppo, in questo governo e in questa maggioranza, di sicuro ci sono solo l’incompetenza e il disprezzo reiterato delle regole istituzionali.

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