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Scritto da Giuliano Barbolini il 23/07/2009  Commenti: 0
In Senato abbiamo seguito nei giorni scorsi con molta attenzione l’audizione del Governatore Draghi. I numeri sono purtroppo impressionanti e danno conto di una situazione difficilissima per l’economia del nostro Paese.
Una volta ascoltate le parole di Governatore, quello che colpisce è l’abissale distanza tra l’analisi oggettiva, fatta di numeri e di dati impietosi, e il continuo ottimismo gratuito e all’ingrosso diffuso a piene mani e ai limiti dell’irresponsabilità dal premier e dal ministro Tremonti.
Se poi guardiamo alla manovra di assestamento di bilancio presentata di recente, emergono gravi lacune anche dal punto di vista tecnico, dando origine ad un vero e proprio mostro giuridico e contabile. Questo ci ha portato, come opposizione, a sollevare in aula proprio una questione di illegittimità sostanziale, prontamente ignorata dalla presidenza che, al contrario della Camera, si conferma sempre più supina alle posizioni del governo e della maggioranza.
Molto interessanti anche le parole di Draghi sullo scudo fiscale: il governatore, come è ovvio dato il ruolo, non ha criticato apertamente il provvedimento, ma ha sottolineato il ruolo del concerto internazionale (che non c’è stato nel caso italiano) e ha ricordato quello che si fa in altri Paesi: nessuno condono tombale, pagamento integrale di quanto dovuto, spesso insieme a multe aggiuntive. Vengono risparmiate esclusivamente le sanzioni amministrative e penali.
Ma quello che preme sottolineare è che di fronte ad uno scenario ogni giorno più difficile, il governo continua a non fare nulla, a spostare l’attenzione in un gioco infinito delle tre carte.
I numeri parlano chiaro: la pressione fiscale è al punto più alto mai toccato fino ad ora ed è destinata a restare tale. A questo si aggiunge la totale mancanza di risorse per il rilancio degli investimenti.
In un tale scenario come si fa ad invocare ottimismo? Nessuno dubita delle capacità del sistema Paese, ma in assenza di provvedimenti efficaci che favoriscano la riprese, l’unica possibilità è ricorrere allo stellone o a provvedimenti come lo scudo fiscale. Adesso va poi di moda dare la colpa al governo Prodi: è francamente squallido ricorrere alla propaganda anche di fronte ai numeri positivi e inequivocabili lasciati da quel governo: rapporto virtuoso deficit/pil, incremento delle entrate, riduzione delle spese.
In realtà, quello che è saltato completamente, è il controllo della spesa pubblica che sta sforando oltre ogni logica previsione. Se governo e maggioranza sono alla ricerca di un peccato originale è lì la radice di questo disastro. La genesi va attribuita all’incultura della destra e del tremontismo: uno stile, un modo di gestire la cosa pubblica che galleggia sui problemi, senza affrontarli veramente.
Ovviamente, senza voler fare la Cassandra, ma limitandosi ai crudi numeri, la situazione può solo peggiorare; sia sul deficit, sia sul calo delle entrate, sia sull’aumento della spesa.
In un Paese anche solo normale un governo responsabile terrebbe conto delle valutazioni del governatore della Banca d’Italia e finanche dell’opposizione per avviare una correzione di rotta.
Tutto ciò non avviene mai perché siamo di fronte ad un corsa continua, fatta di voti di fiducia, che non lascia alcuno spazio di confronto democratico.
La situazione è tale per cui gli italiani dovrebbero cominciare a chiedere conto dei numeri  e dei risultati. Lo dicono anche i dati sulla disoccupazione, con cifre in costante e preoccupante crescita che toccherà il suo apice probabilmente il prossimo autunno. Loro invece ci dicono che siamo fuori dalla crisi.
E’ ovvio che c’è qualcosa che non va nel modo di gestire le istituzioni e le responsabilità di governo. La crisi è seria, serissima, gli italiani sono sempre più spaesati e ci attende un autunno che promette ulteriori difficoltà.
Per risolvere tutto questo il non santo e il genio della finanza creativa sono i due personaggi meno adatti. Lo dicono i fatti, ma soprattutto le loro omissioni.

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