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Scritto da Giuliano Barbolini il 17/10/2009  Commenti: 0
Con il pedinamento filmato del giudice Mesiano siamo forse arrivati al punto più basso delle campagne portate avanti dagli sgherri mediatici del presidente del consiglio. Dopo gli articoli diffamatori di Feltri sul direttore di Avvenire, costretto alla dimissioni, dopo  le calunnie di Libero al Capo dello Stato, siamo allo spionaggio pubblico di un magistrato che non ha fatto altro che il proprio dovere, peraltro in sede civile e non penale.
Una sentenza, quella emessa da Mesiano, perfettamente coerente con l’impianto del pronunciamento in sede penale. E’ stato infatti in quella sede che si è stabilito che Finivest dovesse risarcire Mondadori: Mesiano e il tribunale civile dovevano solo stabilire l’entità della somma del risarcimento.
Dopo la sentenza è invece partito un tam tam mediatico e diffamatorio a reti e giornali unificati (quelli riconducili al premier) per demolire non il merito della sentenza, ma la persona che quella sentenza aveva emesso. E non importa se non c’è nulla di scabroso nella vita di Mesiano: scava, scava, qualcosa uscirà, fosse anche un calzino turchese o qualche sigaretta di troppo.
Del resto il “la” lo aveva dato proprio lo stesso presidente del consiglio, annunciando qualche giorno fa che su quel giudice “ne avremmo sapute delle belle”.
E’ ovvio che siamo di fronte all’esempio più eclatante di come il controllo dell’informazione rappresenti un nodo fondamentale per il potere berlusconiano. Chi osa ostacolare, con mezzi legali e, in questo caso, addirittura dovuti, sappia che dovrà incorrere negli strali del principe e nell’esposizione al pubblico ludibrio da parte dei corifei arcoriani.
In queste settimane abbiamo la prova più evidente di come si possano utilizzare in modo coordinato diversi sistemi di potere quando sono in mano ad una singola persona. Con buona pace delle rassicurazioni, sempre sbandierate dal premier e dai suoi adepti, sulla presunta autonomia di tv e giornali controllati.
Insieme a questa vicenda inquietante, si manifesta sempre di più la pulsione anti-liberale di Berlusconi, che ha finalmente detto esplicitamente di voler modificare in modo sostanziale la Carta costituzionale. Intendiamoci, la Carta che non è immodificabile in ogni sua parte, ma gli interventi che la maggioranza e il suo capo hanno in mente vanno proprio a smembrare principi fondamentali della nostra Costituzione, a cominciare dall’indipendenza della magistratura e dalla separazione dei poteri. Tutti valori che, in buona sostanza, possono essere fatti risalire alla Rivoluzione francese e, successivamente, alle democrazie liberali di tutto il mondo.
Ovvio, quindi, che il populista putiniano di Arcore non apprezzi. E trami per scardinare quello che ancora limita un potere che egli vorrebbe per se praticamente illimitato.
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