STAMPA E POLITICA SECONDO BLAIR

14 Giu
14 giugno 2007

Oggi vorrei proporvi alcuni stralci del discorso che Tony Blair ha pronunciato nei giorni scorsi al Reuters Building di Londra intervenendo sul tema “Stampa e politica”. Mi piacerebbe aprire una discussione con voi su questi temi. Per ora buona lettura:  

“…Come ripeto sempre, è un privilegio enorme poter svolgere questo mestiere e se il peggio che può capitare facendolo è una copertura mediatica inclemente, si tratta pur sempre di un prezzo accettabile da pagare…”.
“…Occorre anche dire che la libertà di stampa è di importanza fondamentale per una società libera. Io non sono propenso a ritenere che i governi debbano procedere a una normalizzazione dei media, ma libertà significa anche poter criticare i media. La mia riflessione principale è che il rapporto tra politica, vita pubblica e media sta cambiando in seguito al contesto in trasformazione nel quale noi tutti operiamo. Tale cambiamento sta diventando gravemente negativo per come si conduce la vita pubblica. Come minimo dobbiamo affrontare un dibattito adeguato e ponderato su come vogliamo gestire il nostro comune futuro…”.
“…Partiamo dall’assunto che i rapporti tra politica e media sono – e lo sono ineluttabilmente – difficili. La domanda è: questi rapporti sono qualitativamente e quantitativamente diversi oggi? Credo di sì. E proprio da qui intendo partire per la mia analisi. Perché? Perché le circostanze obiettive nelle quali operano oggi i media sono radicalmente diverse. Il mondo dei media – al pari di qualsiasi altra cosa – sta diventando sempre più frammentato ed eterogeneo, trasformato dalla tecnologia. Questi cambiamenti sono ovvi. Meno ovvia, invece, è la loro conseguenza. Adesso la programmazione delle informazioni è 24 ore al giorno, sette giorni su sette. L´informazione si realizza in tempo reale. I giornali non danno più informazioni aggiornate: queste circolano già. Devono pertanto dare dettagli sensazionali e cercare di indirizzare l´informazione in una certa direzione, oppure offrire un commento. Tutto ciò inoltre avviene con una rapidità straordinaria…”
“…Si deve inoltre reagire agli avvenimenti in tempo reale. Di frequente il problema sta tanto nel come si assemblano i fatti quanto nel darli. Commetti un errore, e immediatamente passi dal dramma alla crisi. Negli anni Sessanta al governo qualche volta capitava di riunirsi per una questione di primaria importanza anche per due giorni consecutivi. Oggi sarebbe del tutto ridicolo pensare di poter fare una cosa del genere senza che prima dell´ora di pranzo del primo giorno caschi il cielo…”.
“…Sto per dirvi qualcosa che pochi personaggi pubblici sarebbero disposti a dire, ma che la maggior parte di loro sa essere assolutamente vero: di questi tempi l´unico aspetto più difficile in assoluto nel nostro mestiere – se si eccettuano le decisioni di primaria importanza – è avere a che fare con i media, con la loro incredibile influenza, il loro peso, la loro incessante iperattività. In alcuni momenti tutto ciò è assolutamente opprimente…”
“…La gente non ne parla perché, in generale, ha paura a farlo. Il pericolo, tuttavia, a questo punto è commettere lo stesso errore che i media fanno con noi: addossare le colpe ai reprobi. Io sostengo invece che ad essere cambiate non sono le persone, ma il contesto nel quale esse lavorano. È mia opinione che la vera ragione di tutto questo cinismo sia da ricercarsi proprio nel modo col quale politica e media odierni interagiscono. Noi, nel mondo della politica, poiché temiamo di farci sentire, ci adeguiamo al concetto che sia tutta colpa nostra. È per questo motivo che io ho introdotto prima di tutto i briefing ufficiali nelle lobby, poi la pubblicazione dei verbali, e quindi le conferenze stampa mensili, e il Freedom of Information. Ma nulla di tutto ciò è servito, e non perché queste cose non siano giuste, ma perché non hanno davvero a che vedere con la questione centrale: il modo col quale si parla di politica. È nuovamente in corso un dibattito sul perché il Parlamento non sia considerato più importante e come sempre si biasima il governo. Ma noi non abbiamo modificato in alcunché le linee di spartizione delle responsabilità tra il Parlamento e l´esecutivo. Ad essere cambiato è il modo col quale si parla del Parlamento, o meglio, il modo col quale non se ne parla. Ditemi: quanti maiden speech (il primo discorso di un rappresentante appena eletto, ndt), quanti eccellenti second reading speech o committee speech sono riportati? Tranne quando danno adito a qualche controversia di primo piano, nessuno…”
“…Il fatto è che io credo che non sia giusto neppure addossare la responsabilità di tutto ciò ai media. Entrambi siamo alle prese con questa natura in evoluzione della comunicazione. La realtà è che a causa di questo contesto in trasformazione nel quale operano i media del XXI secolo, questi devono affrontare una forma di concorrenza molto più serrata rispetto a ciò che possono aver sperimentato in precedenza. Non sono i padroni di questo cambiamento, bensì le vittime. Ne consegue che i media contano sempre di più e sono indotti ad agire dall´impatto che ha una notizia. A contare è l´impatto. L´impatto è tutto ciò che può fare la differenza, quello che fa sì che ci si levi al di sopra dei clamori o si passi del tutto inosservati. Certo, l´accuratezza di una storia conta anch´essa, ma è secondaria rispetto all´impatto. Ed è proprio questa necessaria devozione all´impatto a stravolgere tutti gli standard…”.
“…Oggi i giornali di grande formato devono resistere alle medesime pressioni alle quali sono sottoposti i tabloid. E le emittenti sempre più avvertono le medesime pressioni alle quali sono sottoposti i giornali di grande formato. Si deve catturare l´audience, trattenerla e solleticarne le emozioni. Ciò che è interessante è meno efficace da questo punto di vista rispetto a ciò che provoca collera o shock. E le conseguenze di tutto questo sono gravi. Primo, gli scandali e i contrasti di opinione sbaragliano i normali reportage. Le notizie di rado sono notizie, a meno che non provochino scalpore e attirino i riflettori. Secondo, criticare le motivazioni di qualcuno è estremamente più efficace che criticarne le opinioni. Per alcuni non è sufficiente commettere un errore: quell´errore deve essere necessariamente venale, una cospirazione. A creare cinismo e scetticismo non sono gli errori, bensì il comportarsi male. Ma è il comportarsi male che ha molto "impatto". Terzo, per i media odierni la paura di perdersi qualcosa significa, più che mai rispetto al passato, cacciare in branco. In tali circostanze, i media sono come una belva selvaggia, che fa a brandelli le persone e la loro reputazione. Però nessuno osa perdersi qualcosa. Quarto, piuttosto che limitarsi a riportare le notizie, anche quelle sensazionali o controverse, la nuova tecnica consiste nel considerare il commento altrettanto importante della notizia stessa, se non di più. Di conseguenza, per esempio, spesso vi sono tante interpretazioni di ciò che dicono i personaggi politici quante sono le coperture effettive dei personaggi allorché le dicono. Nelle interpretazioni ciò che conta non è tanto quello che i politici volevano dire, bensì ciò che quello che hanno detto può significare, anche quando è abbastanza evidente che si tratta di un´interpretazione errata…”
“…A sua volta ciò comporta un quinto punto: la confusione tra notizie e commenti. Il commento è una parte assolutamente onorevole del giornalismo, ma si suppone che debba essere separato e distinto dalla notizia alla quale si riferisce. Fatti e opinioni dovrebbero essere chiaramente evidenti e distinguibili…”.
“…Conseguenza e conclusione di tutto ciò è che oggi è raro trovare equilibrio nei media. Le cose, le persone, le questioni, gli avvenimenti sono tutti in bianco o in nero. L´usuale grigiore della vita è pressoché assente. Oggi tutto è o un trionfo o un disastro. Un problema è una "crisi". Una battuta d´arresto è una "politica a brandelli". Una critica è "un attacco brutale". La situazione sta forse peggiorando? Ancora una volta, direi di sì…”.
“…Ma siamo in presenza altresì di un´opportunità. Ormai siamo tutti demoralizzati da come interagiscono media e vita pubblica. La fiducia riposta nei giornalisti non è molto superiore a quella riposta nei politici. Vi è un mercato per chi fornisce notizie serie ed equilibrate. Vi è un desiderio di imparzialità. Forse starà cambiando il modo col quale la gente si procura le informazioni – spesso online – ma il desiderio che le notizie siano davvero realmente tali, no. I media temono che qualsiasi inversione di marcia rispetto all´impatto che oggi perseguono possa significare un calo delle vendite. In realtà è vero il contrario: un´impostazione deliberatamente più rigorosa fornirebbe una misura superiore di legittimità, incoraggerebbe l´obiettività e l´accuratezza più che il solo impatto. I media possono scegliere di fare ciò, invece che vederselo imporre dal governo. Ad ogni modo, lasciando il mio incarico come sto per fare, non sono nella posizione di poter determinare in che modo procedere lungo questa strada. So che in alcuni ambienti quanto ho detto sarà duramente criticato. Ma so anche che dirlo era necessario…”

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2 commenti
  1. filippo says:

    Separare la notizia dal commento: quante volte l’abbiamo sentito? Praticato molto meno, certo, ma davvero pensate che basti questo? Bene ha fatto Blair a sollevare il problema, ma mi sembra che il male sia ben più profondo. È evidente che la materia prima dei media sono le notizie, ci mancherebbe. Ma questo meccanismo è sfuggito di mano. Esiste solo quel che è riducibile a notizia. Un usa e getta che si stacca ad ogni giro dalla realtà, ridotta a una somma di emergenze: temi che, schizzofrenicamente, oggi non esistono domani diventano drammi, senza che in realtà sia cambiato qualcosa. Trovare la notizia, a causa anche della competizione crescente, diventa creare la notizia. Si guarda la realtà e si coglie solo quel che è commestibile per l’usa e getta quotidiano. Il resto non esiste. Un teatrino che gira su di sé, sempre più veloce, sempre più dannoso. Separare i commenti, se le notizie sono costruite così, non mi sembra mica una soluzione.

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  2. gigi says:

    Caro Barbolini, Blair ha avuto un bel coraggio a sollevare il tema. Ma forse questo in Inghilterra si può ancora fare, soprattutto quando te ne vai, e comunque se fosse stato in Italia ci avrebbe pensato su due volte.
    Comunque noi italiani siamo abituati da troppo tempo a un giornalismo spazzatura, che con la politica flirta parecchio. Io non so dove stia la causa e dove l’effetto, ma se i giornalisti cercano la rissa, anche i politici gliela offrono sul piatto d’argento. Se potessi, chiederei a Blair se da loro si parla di antipolitica. Perché a me sembra che qui possiamo parlare dei rapporti tra antipolitica e antistampa, è un gatto che si morde la coda. E d’altra parte, checchè se ne dica, qui in Italia sono due caste. Ci sono condannati che legiferano in parlamento e giornalisti radiati che scrivono sui giornali. Nessuno se ne va.
    E se noi italiani siamo un popolo poco sveglio, questo è grazie a entrambi, politici e giornalisti. Tutte e due le caste hanno perso il senso della missione del loro mestiere, la moralità, l’esempio che dovrebbero dare, il patto che dovrebbero rispettare. L’informazione e la politica italiana sono coronizzate. Drammi, insulti, inciuci. E tutti se ne fregano di quello che la gente assorbe. E poi quando si perdono le elezioni non si capisce perché. La TV ha insegnato agli italiani l’italiano. Con una potenza del genere, nessuno poteva pensare di usarla meglio dopo? Adesso che abbiamo permesso alle veline di fare le opinioniste, alle madri assassine di dire la loro, ai peggio ignoranti di entrare nelle case di 60 milioni di persone, cosa ci aspettiamo?

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