UNA QUESTIONE DI ETICA

23 Gen
23 gennaio 2008

Questa settimana, che per la maggioranza partiva in salita per una serie di appuntamenti difficili, si è trasformata purtroppo in un vero calvario. La decisione di Mastella di dare le dimissioni e uscire dalla maggioranza ha schiacciato l’acceleratore su una situazione già di per sé critica, aprendo a tutti gli effetti la crisi di governo.
A prescindere da quello che deciderà di fare al Senato, credo che Prodi abbia fatto una scelta corretta e lineare riferendo alle Camere: in un momento così cruciale è stato fondamentale fare un bilancio onesto, convinto e preciso del lavoro fatto. Trovo anche giusto, inoltre, il desiderio di fare uscire allo scoperto quelli che vogliono la fine di questa legislatura, costringendoli a fronteggiare le proprie responsabilità e a mostrare chiaramente di aver tradito il mandato ricevuto dagli elettori.
Ovviamente, tra noi “peones” qui al Senato l’umore è molto basso. Soprattutto, però, pesano il disappunto e la delusione: nel momento in cui finalmente eravamo pronti a ridistribuire e ad affrontare le riforme istituzionali, dopo aver tanto faticato e sofferto, si finisce così, nel modo peggiore. Probabilmente suonerò acido – e d’altra parte pare giunta l’ora di togliersi qualche sassolino dalla scarpa – ma in tutto questo a infastidire di più è la consapevolezza che, dopo tante battaglie, il Governo cade per “questioni di famiglia”, e non certo per temi che investono il bene del Paese.
Oltrettutto, sarebbe bastato aspettare pochissimi giorni per vedere le sorti delle accuse mosse dalla Procura di santa Maria Capua Vetere: sono molti tra quelli esperti di diritto a pensare che molte delle accuse mosse al ex Guardasigilli siano destinate a cadere. Il che induce a pensare, e questa è realmente la cosa peggiore, che ci sia una strategia dietro alla scelta di Mastella, per eludere la riforma elettorale – assolutamente necessaria, perché nessuno può pensare di governare bene con l’attuale legge – e il referendum. Insomma, un partito che pesa l’1% sul piano nazionale decide le sorti dell’intero Paese.
In Italia manca insomma qualsiasi barlume di razionalità: trovo assurdo anche che nel giorno del crollo delle Borse, in cui tanto si teme la recessione americana, nessuno si faccia scrupoli a far cadere un governo che proprio sul tema del rigore e dei conti pubblici così tanto ha fatto.
Credo fortemente che fra qualche mese, se le cose dovessero andare peggio di come vanno oggi – e per averne sentori basti pensare che i dati recentemente diffusi sulla povertà delle famiglie, riferiti al 2005, sono uno dei lasciti del governo di centrodestra che ci ha preceduto – qualcuno dovrà fare ammenda per la scelta di non sostenere Prodi, e dovrà prendersi la propria pesante quota di responsabilità. Ma devo considerare anche, e qui parti della maggioranza dovrebbero recitare il mea culpa, che probabilmente se siamo arrivati a questo punto è anche colpa di noi maggioranza: al posto di perderci in tanti distinguo, avremmo dovuto valorizzare di più le molte cose fatte. Se l’avessimo fatto, forse oggi non ci troveremmo in questa situazione. Dalla quale, lo confesso, riesco solo a vedere molto grigio per il Paese.

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