PER LA BIRMANIA E NON SOLO

09 Mag
9 maggio 2008

La catastrofe umanitaria scatenata in Birmania dal tifone Nargis costringe la comunità internazionale e l’opinione pubblica ad aprire gli occhi su un paese martoriato, che arriva purtroppo alla ribalta delle cronache solo quando qualche tragedia ne complica drammaticamente le condizioni già critiche.
Sto seguendo con attenzione, sconcerto e preoccupazione le vicende della Birmania, con l’auspicio che si apra qualche spiraglio di miglioramento: le cronache parlano di 100 mila vittime e di soccorsi centellinati a causa di un atteggiamento tutt’altro che collaborativo da parte della giunta militare, responsabile – sempre stando ai reporter – anche di non aver avvisato la popolazione del ciclone in arrivo, di cui l’India aveva già invece dato notizia.
Nella speranza che i soccorsi umanitari possano essere sbloccati quanto prima, aiutando un popolo stremato a sopravvivere scongiurando il rischio di epidemie, sciacallaggio e violenze per il cibo, è doveroso però anche fare autocritica su come il tema della Birmania da sempre viene gestito dai governi mondiali. La dittatura che ha ridotto il popolo in ginocchio e azzerato qualsiasi forma di opposizione civile e democratica dura infatti da 30 anni e in questa lunga finestra temporale è certamente mancato un senso di responsabilità condivisa, una gestione globale della complessità della situazione.
Una difficoltà analoga a quella che si registra su altri problemi di scala internazionale, non ultimo quello del rincaro dei prezzi dei generi alimentari che sta creando enormi disagi in vaste aree del mondo.
La speranza è quindi che si possa finalmente squarciare il velo di opportunismo e indifferenza che spesso contraddistingue il rapporto con alcune nazioni per un miglioramento complessivo delle condizioni di vita dei popoli in difficoltà. A partire dalla Birmania messa a dura prova proprio in queste ore.

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