L’INFLAZIONE NON ASPETTA I PROCESSI DEL PREMIER

30 Giu
30 giugno 2008

C’è una cosa che mi lascia molto perplesso dopo tutto quanto è accaduto negli ultimi giorni. Nonostante la gravità dei recenti provvedimenti del governo, primo fra tutti il cosiddetto emendamento “salva processi” debbo registrare una pressoché totale mancanza di reazione da parte dei cittadini, quasi che ormai potesse passare tutto sotto silenzio o nelle più totale acquiescenza.
Eppure ciò che è accaduto riconferma in modo ancora più evidente quanto abbiamo sostenuto in passato: il premier e la sua maggioranza hanno un’unica, inossidabile priorità. Mettersi al riparo dalle incombenze giudiziarie. E poco importa se per raggiungere l’obiettivo si distorcono le prerogative delle istituzioni e si mettono a punto leggi in palese contrasto con la Costituzione.
Tutto questo quando il Paese reale sta attraversando una delle crisi più pesanti degli ultimi anni. L’inflazione reale, dice l’Istat, ha toccato in giugno il 3,8%, livelli raggiunti solo 12 anni fa. La benzina è addirittura aumentata del 5% in un solo mese e nel 2007 costava il 12,7% in meno.
Questi dati allarmanti significano una cosa molto precisa: che il potere d’acquisto delle famiglie italiane subisce un ulteriore, pesante colpo.
E in tutto questo scenario, il governo e la maggioranza cosa fanno? Si dedicano alle vicende giudiziarie del premier. Come un sol uomo e con zelo degno di miglior causa costringono il parlamento ad emanare leggi che bloccano oltre 100 mila processi per sospenderne uno solo.
Sempre in questi giorni è all’esame delle Camere il documento di programmazione economica, che dovrà definire la politica del governo per i prossimi cinque anni.
Si tratta di un elaborato interessante: si prendono infatti a riferimento i dati lasciati dal precedente governo guidato da Prodi e Padoa Schioppa, così tanto vituperati in campagna elettorale. Allo stesso modo si conferma la pressione fiscale al 43%, descritta prima delle elezioni come un macigno insostenibile sulle spalle di imprese e cittadini.
Uno si aspetterebbe allora di trovare chiare indicazioni di una inversione di tendenza, di un calo significativo delle imposte in un futuro prossimo.
Ricerca vana. L’unico accenno è ad una possibile riduzione dello 0,1% (proprio così, dal 43 al 42,9%) e solo alla fine del quinquennio.
Un po’ poco per chi, da sempre, ha fatto della lotta al peso delle tasse uno dei cavalli di battaglia del proprio agire politico.
Chiudo con una riflessione sul ministro “Robin Hood“ Tremonti e sulla tanto sbandierata tassa su banche e petrolieri. Al di là dei proclami demagogici, che avranno un effetto di brevissima durata, il provvedimento rischia di far ricadere ancora una volta sulle tasche dei cittadini gli inevitabili rincari dei servizi bancari e dei carburanti.
Putroppo, anche questa volta, a piangere saranno sempre i soliti noti.

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