L’ABITO NATALIZIO NON DONA A TREMONTI

20 Dic
20 dicembre 2008

Il clima natalizio non sembra coinvolgere il ministro Tremonti. L’ultima perla è l’attacco al governatore Draghi in sede Ecofin, dove ha cercato ancora una volta di minare in pubblico la credibilità e l’autorità del Governatore della Banca d’Italia, come gli è capitato frequentamente negli ultimi mesi, accusando esplicitamente il Financial Stability Forum presieduto proprio da Draghi di non aver previsto la crisi.
Se facciamo un passo indietro e torniamo a uno dei report sull’andamento dell’economia e del credito della scorsa estate, Draghi analizzò la situazione economica e finanziaria generale citando già allora le diverse anomalie del sistema, i rischi, le opacità, i canali paralleli sottratti alle autorità di regolazione. Eravamo a luglio, quindi in congruo anticipo rispetto al pieno manifestarsi della crisi di fine settembre. Col senno di poi è chiaro che suona strano sentire un’autorità di controllo denunciare storture e anomalie e poi non averne potuto verificare azioni conseguenti, anche se è chiaro che le cause principali di quanto poi è accaduto siano da ricercare nella struttura farraginosa e spesso eccessivamente prudente e conciliante delle autorità internazionali, struttura che ha messo in evidenza la necessità di un loro adeguamento insieme al rafforzamento delle regole e dei controlli.
Da questo, però, a dire che Tremonti possa dare lezioni di rigore ci passa non un mare, ma un oceano. Nessuno dovrebbe dimenticare, prima di tutto lo stesso ministro dell’economia, che chi adesso fa il moralizzatore del mercato e il difensore dei deboli è lo stesso responsabile delle cartolarizzazioni e dei condoni. Le prime hanno rappresentato una svendita totale del patrimonio dello Stato a vantaggi dei privati. Per quanto riguarda i condoni, invece, dei quali oggi paghiamo pesanti conseguenze, fu proprio Tremonti a non prevedere sanzioni o provvedimenti nel caso in cui i richiedenti non avessero dato seguito al pagamento della prima rata. La clausola in base alla quale il prima pagamento avrebbe, di fatto, sanato tutto è opera diretta del Robin Hood alla rovescia. E questo ha innescato un effetto a catena che ha portato il fisco italiano alla difficilissima situazione di dover recuperare crediti sui quali aveva pochi strumenti per poter concretamente riscuotere e procedere. Risorse che in questi anni sarebbero serviti e a maggior ragione oggi potrebbero essere impiegati in misure fiscale per rafforzare il potere d’acquisto delle famiglie.
Ma dietro il duello rusticano che Tremonti ha ingaggiato col governatore Draghi pare si stia giocando una partita ben più rilevante. Il sospetto, sempre fondato quando si parla di Tremonti, è che il ministro dell’Economia stia cercando di ridisegnare l’assetto del credito: approfitta della crisi finanziaria in atto per tenere le banche sotto scacco della politica e avere così campo libero e nessuna resistenza per trasformare l’attuale cassa depositi e prestiti in una banca vera e propria banca. Un ente che oggi gestisce un mare di risorse finanziarie e che entrerebbe alla diretta dipendenza del ministero dell’Economia e del tesoro. Una nuova banca, però, che se fa il suo ingresso a tutti gli effetti sul mercato, dovrà sottostare ai vincoli e alla garanzie richieste dalla stessa Banca d’Italia per gli istituti di credito.
Le prossime settimane ci diranno effettivamente se questo disegno resta una mera ipotesi di qualche malpensante o se ci sia qualcosa di concreto e di reale.
Intanto non si può concordare con quanto scritto oggi dal direttore Ezio Mauro sul quotidiano La Repubblica, proprio in merito all’attacco di Tremonti al Governatore Draghi.
“Ora, o il ministro ha dei pubblici rilievi, articolati e motivati, da muovere al Governatore – scrive Mauro – e allora farebbe bene a farlo nella sede più istituzionale in cui si esprime la sua responsabilità politica, cioè il Parlamento. Oppure, le sue sono intemperanze nervose che non possono andare al di là della puntura di spillo, della battuta goliardica, e allora farebbe bene a tacere. Perché in questo modo, con ogni evidenza, si somma il doppio effetto negativo dell’irresponsabilità politica e istituzionale del governo, unita alla delegittimazione della Banca d’Italia”.

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