UN’INCORONAZIONE MOLTO POCO LIBERALE

02 Apr
2 aprile 2009

Svuotando questa mattina la casella della posta del Senato, ho trovato un consistente volume di rassegna stampa sul congresso del PdL.
E’ stata un’occasione per ripassare mentalmente la prima settimana di lavoro dopo l’evento che si è consumato tra venerdì e domenica.
Dico subito che si è trattato di un’operazione di grande e quasi esclusivo profilo mediatico e comunicativo. Come al solito, il premier ha dimostrato una certa abilità nel gestire la comunicazione. Anche se va detto, riportando l’analisi di molti commentatori, che questa volta tutto è apparso più scontato, già visto, con pochissime vere novità.

E’ chiaro poi di come si sia trattato di un’incoronazione a tutti gli effetti, con toni e messaggi orientati verso le prossime scadenze elettorali e con un’ambizione manifesta di usare il prossimo passaggio alle urne per far saltare il banco. Il premier punta infatti a toccare la soglia del 50% alle europee e a fare man bassa di molte amministrazioni locali per gettare le premesse di un’azione più vigorosa di trasformazione dell’impianto istituzionale.  Il suo obiettivo sono sostanziali modifiche alla Costituzione per arrivare a quello che lui sta già costruendo nei fatti: una repubblica presidenziale autoritaria, dove il parlamento viene sacrificato e mortificato in nome dell’efficienza e delle decisioni rapide. Berlusconi ha parlato di un partito moderato e liberale, ma di entrambe le impostazioni non c’è traccia concreta nei comportamenti messi in campo sin qui. Parlerei piuttosto di una concezione populista, unita ad un’anima quasi eversiva dal punto di vista istituzionale per i continui attacchi alle regole condivise e ai valori di democrazia scritti proprio nella Costituzone. E tutto questo, di moderato, non ha veramente nulla.
E nemmeno la grande concentrazione di potere mediatico, unita alla volontà palese di decidere anche degli organigrammi della tv pubblica concorrente del gruppo che Berlusconi stesso ha fondato, possono annoverarsi tra i comportamenti liberali. A questo aggiungiamo le uscite e i provvedimenti da vero e proprio Stato etico, come in materia di testamento biologico e il quadretto che ne esce è completo.

Emerge, in quel partito che è un contenitore tenuto insieme da un padrone unico (eletto tra l’altro per acclamazione e non dal confronto e dalla competizione tra leader) un’unica voce dissonante: è quella di Fini, che ha tenuto un profilo di correttezza istituzione, a tutela della dialettica istituzionale e democratica, riconoscendo valore e protagonismo alle forze di opposizione e proponendo con nettezza un giudizio severo sul testamento biologico.
Anche sulla società multietnica, rispetto ad un’attività di mera repressione, Fini si è smarcato chiaramente dalla vulgata del centro destra.
Pur senza santificare il presidente della Camera, che resta comunque uno dei leader di quella coalizione avendone condiviso tutte le scelte fondamentali, emerge però in lui un barlume di pensiero istituzionale, l’idea di una destra moderna, moderata che si misura con la complessità dei temi oggi. Molto diversa dalla realtà edulcorata dipinta da premier, che ha invece un format prestampato e semplificato buono per tutte le stagioni. Non importa quanto siano complesse le questioni che si debbano affrontare.
E’ proprio la differenza fra queste due impostazioni, difficilmente conciliabili se non in nome del potere, che potrebbero aprirsi in un futuro nemmeno tanto lontano crepe e incomprensioni. Così come tra l’anima aziendalista rappresentata da Forza Italia e quella radicata sul territorio, popolare e militante incarnata da An.

Chiudo con un riflessione sulla presenza di Berlusconi come candidato in tutte le circoscrizioni per le europee. Ruolo che non potrà ricoprire a meno che non si dimetta da premier. Anche quei emerge la concezione da “conta” che ha in mente il premier: nessun interesse per i temi da portare in Europa, soprattutto in una fase difficilissima come questa, ma la volontà di dimostrare chi è forte in termini di voti per sfruttarla in ambito nazionale e interno. Un atteggiamento da vero liberale? Direi proprio di no.

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