A proposito di “evasione da costrizione”

26 Lug
26 luglio 2013

Il gran clamore che ha accompagnato la dichiarazione del vice-ministro Fassina riguardo alla “evasione da costrizione” mi sollecita una riflessione sul peso della comunicazione, e spesso anche sulla responsabilità di una curvatura del senso delle notizie, che producono effetti distorsivi della realtà e autenticità dei pensieri espressi. Do per scontato che la frase di Fassina sia infelice, e naturalmente non voglio scaricarne sulle agenzie la responsabilità. Mi interessa invece evidenziare la dinamica perversa di un meccanismo che ho toccato con mano per esperienza diretta in tanti anni di attività politica e di funzioni pubbliche ricoperte, ma che in questa fase di esplosione dei mezzi di comunicazione ( web, reti, social network, etc. ) rischia di ingenerare dei corto circuiti totalmente devianti. Stiamo al punto. Il Presidente del Consiglio fa una ferma dichiarazione di volontà di impegno nel contrasto dell’evasione fiscale: una necessità imprescindibile per la crescita e l’alleggerimento della pressione fiscale sui contribuenti leali, lavoratori e imprese, oltre che un ineludibile principio di civismo e legalità da affermare. Bisognerebbe concentrarsi sul come fare, incalzare l’azione dell’esecutivo, chiedere dimostrazione della coerenza: è un obiettivo di valore strategico troppe volte disatteso, contraddetto, spesso solamente enunciato. Per esempio, sarei curioso di sapere quanto si è ad oggi recuperato dall’imposta aggiuntiva disposta con il decreto salva Italia nei confronti di quanti avevano usufruito dello scudo fiscale del 2009, per poter conservare l’anonimato: su questo sarebbe giusto fare giornalismo di inchiesta e controllo, per vedere se le volontà del Parlamento sono state attuate, o se, come spesso succede, le vischiosità ( complicità ? ) burocratiche ne attenuano, fino ad annullarle, le finalità. Invece, succede che un vice ministro ( che si può giudicare più o meno simpatico e competente, ma certo non sospettabile di comprensione e tolleranza per gli evasori ) pronuncia una frase, anche inopportuna, ma che sta a significare che la pressione fiscale è oltre la soglia di sopportabilità ( cosa che dicono tutti, e tutti i giorni, per sollecitarne proprio l’alleggerimento ), e che bisogna fare qualcosa, che da questo si estrapola una notizia, la si mette nel frullatore, e la maionese impazzisce. Oggi i tg e le agenzie, domani i giornali sono e saranno pieni di una discussione ( con dichiarazioni, precisazioni, distinguo, etc. ) costruita su un non fatto reale: una vera e propria distrazione di massa. Poi immaginiamoci la rete: quanti commenti, critiche, puntualizzazioni, in un crescendo che costruisce una vera e propria sovrastruttura comunicativa, una realtà virtuale che si assume ( in molti assumono ) come effettuale e concreta, quando invece è la deformazione o la caricatura della sostanza di una cosa e del suo senso. Quante volte, in questi mesi o anni, infiammandosi di antipolitica, antipartiti, disaffezione e distacco verso le istituzioni si è riprodotto questo schema, e in quanti ( tanti ) ne sono ( siamo ) rimasti vittime ? Non ho purtroppo una ricetta efficace contro queste operazioni di triturame mediatico: però posso richiamare i fondamentali della mia formazione culturale e politica, che sono probabilmente reperti archeologici del secolo scorso. Intendo l’esercizio della ragione critica, di cercare di penetrare dentro la superficie di quanto accade o ci viene proposto, di non astenersi dall’esercitare il dubbio quando i fatti appaiono contraddire principi e comportamenti che invece dovrebbero connotare noi, e la comunità, politica, sociale, culturale nella quale ci riconosciamo. Capisco che così si viaggia meno veloci, e che l’esercizio di questa maggior continenza può far perdere occasioni di visibilità e relazione, ma forse ne potrebbe guadagnare la qualità e la solidità del formarsi di un’opinione pubblica più libera.

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