Standard & Poor’s: giudizio malevolo, però…

11 Lug
11 luglio 2013

Ancora una volta, un’Agenzia di rating ci bastona, con un declassamento della nostra affidabilità come sistema paese. Lo zelo di questi giudizi è normalmente assai sospetto: le Agenzie hanno assunto, per debolezza e responsabilità della politica e delle istituzioni preposte alla regolazione e al controllo, un peso eccessivo, capace di condizionare e destabilizzare governi, economie nazionali, poteri statuali democratici. E ciò in forza di valutazioni che muovono spesso da parametri non dichiarati, segnati dall’opacità di conflitti di interesse verso “azionisti o committenti di riferimento”, in grado di acquisire vantaggi dalle turbative di mercato che quei giudizi producono. In Commissione Finanze e Tesoro del Senato, e poi in Aula, nella passata legislatura ci occupammo molto, e con pertinenza, del tema, definendo le azioni che, a livello europeo, se adottate e applicate con energia, possono portare a tagliare un pò le unghie della protervia delle Agenzie di rating. Si tratta di fissare regole, imporre trasparenza, stabilire sanzioni in caso di errori per incuria o malafede, e, soprattutto, di attrezzare sistemi valutativi in grado di competere per autorevolezza con quelli delle tre Agenzie dominanti, Moody’s, Standard & Poor’s e Fitch. E’ giusto dunque reagire e denunciare l’ambiguità e il pericolo della valutazione, per i riflessi di destabilizzazione sul nostro debito pubblico e sull’economia che potrebbero innescare. Ma attenzione a non cogliere il punto di verità da cui quel giudizio, pur in parte preconcetto e strumentale, trae il suo motivo: in primis il dibattito sull’abolizione dell’IMU. Si tratta di una patente stortura ideologica ( altro è ragionare di esenzioni prima casa sui redditi meno abbienti ), che il paese non potrebbe permettersi, per di più a scapito della effettiva necessità e priorità di intervenire sulla pressione fiscale, per sostenere lavoro e imprese, crescita e investimenti, equità e solidarietà. Anche qui, come accadde già in occasione della crisi dello spread nell’estate/autunno del 2011, con l’allora Governo Berlusconi-Tremonti, gli analisti non si fanno prendere in giro: se dici di voler e poter fare una cosa palesemente non sostenibile, con l’effeto di ricadute negative sui fondamentali per l’equilibrio dei conti, confermi di essere un paese poco affidabile, e i mercati ti puniscono. Sono certo severi, e forse anche cattivi, ma l’errore e la responsabilità sta nelle scelte sbagliate, se e in quanto si fanno.

Share on Google+Tweet about this on TwitterShare on FacebookShare on LinkedInEmail this to someonePrint this page
0 commenti

Lascia un commento

Vuoi unirti alla discussione?
Contribuisci!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

© Copyright - Giuliano Barbolini