Ex comunista: una colpa irredimibile, più del peccato originale.
Prendo spunto da un passaggio dell’editoriale di oggi (ieri, ndr) di Angelo Panebianco sul Corriere. L’articolo riguarda il PD, e l’attuale assenza di una leadership autorevole e riconosciuta, che in prospettiva si giocherà nella competizione tra Letta e Renzi. Una buona notizia, scrive Panebianco, perché entrambi “non vengono dall’esperienza comunista (anche se non potranno mai ignorare il ruolo di coloro che da lì provengono), non sono appesantiti da quel fardello”. In sé nulla di nuovo, né per il pensiero dell’autore né circa la linea del quotidiano. Tuttavia colpisce, almeno me, la sincera franchezza dell’assunto, con quello che sostanzialmente sottende: in quest’Italia in cui tutto appare bisognoso di innovazione e cambiamento, sopravvive in forme carsiche, ma non per questo meno solide e ramificate, una regola antica dei tempi della prima repubblica: la “conventio ad excludendum”, allora verso il PCI, e oggi verso i portatori sani di quella tradizione, storia e cultura politica italiana. E’ un aspetto che era emerso con evidenza anche nei mesi della scorsa tornata elettorale, quando a fronte della prospettiva di una vittoria netta del centro-sinistra, guidato da Bersani, si è assistito a dinamiche internazionali, e nazionali, espressione di remore e riserve nei confronti di quella prospettiva politica, data anche la debolezza in cui sembrava presentarsi lo schieramento di centro destra. Non riesco a spiegarmi altrimenti la scelta di Monti, che sotto il profilo personale e politico è stata autolesionista, e dunque non comprensibile, se non come riflesso di forti sollecitazioni di mondi e interessi sia internazionali, sia interni: con l’obiettivo di condizionare, indebolire, contrattare leadership e alleanza per il governo del Paese, limitando il peso dello schieramento presunto vincente. Poi le cose sono andate molto diversamente, ma questo non inficia la lettura di quella fase, e comunque la situazione di oggi ci consegna un equilibrio politico in cui i margini di iniziativa del PD, nella prospettiva di un governo di cambiamento, e di interventi per l’equità e contro il disagio sociale, sono assai più ridotti e condizionati. In sintesi, per il governo quelli che vengono dall’esperienza comunista non sono i più indicati, ma, a pensarci bene, anche per la guida del partito sono preferibili quelli che non sono appesantiti da quel fardello… Mi pare un tema di grande significato proprio nell’ottica congressuale che dovrà impegnare la discussione del PD, certamente assai più delle regole, procedure e date: nel profilo identitario del PD, proiettato verso la società italiana ed europea di oggi e del futuro, che ruolo debbono, e possono, avere idealità e valori che si riconducono alla storia (con limiti ed errori, ma gloriosa) della sinistra italiana ? Non per prevaricare su altri patrimoni di idealità che possono e debbono armonizzarsi e vicendevolmente arricchirsi, per fecondare nuove capacità di interpretazione, elaborazione e soluzione ai bisogni e speranze di milioni di individui verso una migliore dignità, benessere e qualità di vita. Ma ad evitare che se ne sancisca una funzione in qualche modo sussidiaria: della serie, quelli che vanno bene a fare le feste, bravi se fanno buoni tortellini, ma che non possono pretendere troppo di disturbare i manovratori. Insomma, un modo per chiudere definitivamente (e finalmente!) l’anomalia italiana, che ha resistito tanto pervicacemente. Si tratta di una questione di spessore strategico che dovrà impegnare sul piano della progettualità non tanto il candidato o i candidati che si ispirino a quella tradizione, ma con cui necessariamente tutti i candidati alla segreteria dovranno misurarsi, perché ne discende il profilo e la capacità di rappresentanza e radicamento del PD.
