Ex comunista: una colpa irredimibile, più del peccato originale.

14 Ago
14 agosto 2013

Prendo spunto da un passaggio dell’editoriale di oggi (ieri, ndr) di Angelo Panebianco sul Corriere. L’articolo riguarda il PD, e l’attuale assenza di una leadership autorevole e riconosciuta, che in prospettiva si giocherà nella competizione tra Letta e Renzi. Una buona notizia, scrive Panebianco, perché entrambi “non vengono dall’esperienza comunista (anche se non potranno mai ignorare il ruolo di coloro che da lì provengono), non sono appesantiti da quel fardello”. In sé nulla di nuovo, né per il pensiero dell’autore né circa la linea del quotidiano. Tuttavia colpisce, almeno me, la sincera franchezza dell’assunto, con quello che sostanzialmente sottende: in quest’Italia in cui tutto appare bisognoso di innovazione e cambiamento, sopravvive in forme carsiche, ma non per questo meno solide e ramificate, una regola antica dei tempi della prima repubblica: la “conventio ad excludendum”, allora verso il PCI, e oggi verso i portatori sani di quella tradizione, storia e cultura politica italiana. E’ un aspetto che era emerso con evidenza anche nei mesi della scorsa tornata elettorale, quando a fronte della prospettiva di una vittoria netta del centro-sinistra, guidato da Bersani, si è assistito a dinamiche internazionali, e nazionali, espressione di remore e riserve nei confronti di quella prospettiva politica, data anche la debolezza in cui sembrava presentarsi lo schieramento di centro destra. Non riesco a spiegarmi altrimenti la scelta di Monti, che sotto il profilo personale e politico è stata autolesionista, e dunque non comprensibile, se non come riflesso di forti sollecitazioni di mondi e interessi sia internazionali, sia interni: con l’obiettivo di condizionare, indebolire, contrattare leadership e alleanza per il governo del Paese, limitando il peso dello schieramento presunto vincente. Poi le cose sono andate molto diversamente, ma questo non inficia la lettura di quella fase, e comunque la situazione di oggi ci consegna un equilibrio politico in cui i margini di iniziativa del PD, nella prospettiva di un governo di cambiamento, e di interventi per l’equità e contro il disagio sociale, sono assai più ridotti e condizionati. In sintesi, per il governo quelli che vengono dall’esperienza comunista non sono i più indicati, ma, a pensarci bene, anche per la guida del partito sono preferibili quelli che non sono appesantiti da quel fardello… Mi pare un tema di grande significato proprio nell’ottica congressuale che dovrà impegnare la discussione del PD, certamente assai più delle regole, procedure e date: nel profilo identitario del PD, proiettato verso la società italiana ed europea di oggi e del futuro, che ruolo debbono, e possono, avere idealità e valori che si riconducono alla storia (con limiti ed errori, ma gloriosa) della sinistra italiana ? Non per prevaricare su altri patrimoni di idealità che possono e debbono armonizzarsi e vicendevolmente arricchirsi, per fecondare nuove capacità di interpretazione, elaborazione e soluzione ai bisogni e speranze di milioni di individui verso una migliore dignità, benessere e qualità di vita. Ma ad evitare che se ne sancisca una funzione in qualche modo sussidiaria: della serie, quelli che vanno bene a fare le feste, bravi se fanno buoni tortellini, ma che non possono pretendere troppo di disturbare i manovratori. Insomma, un modo per chiudere definitivamente (e finalmente!) l’anomalia italiana, che ha resistito tanto pervicacemente. Si tratta di una questione di spessore strategico che dovrà impegnare sul piano della progettualità non tanto il candidato o i candidati che si ispirino a quella tradizione, ma con cui necessariamente tutti i candidati alla segreteria dovranno misurarsi, perché ne discende il profilo e la capacità di rappresentanza e radicamento del PD.

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3 commenti
  1. Adriana Querzè says:

    Agli ex comunisti, non basta dimostrare che i bambini non se li sono mai mangiati; non basta portare i risultati amministrativi raggiunti nelle storiche regioni rosse; non basta evidenziare il dato della loro responsabilità istituzionale, nonostante la consapevolezza della preclusione nazionale ed internazionale a loro sfavore… Nonostante la peculiarità della “via italiana” aveva ragione chi diceva che saremmo morti democristiani e, di questi tempi, non stiamo molto bene. Stiamo definitivamente perdendo un nostro aspetto identitario e uno sguardo utile su temi cruciali per una società che cambia e un modello di sviluppo (fintamente) criticato da tutti. Grazie Giuliano dell’analisi pacata e lucida.

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    • Giuliano Barbolini says:

      Grazie a te, Adriana, delle ulteriori considerazioni. In effetti non è proprio un gran momento, e c’è di che alimentare un giustificato scoramento. Ma proprio per questo è indispensabile un vero, rigoroso, approfondito dibattito congressuale, nazionale e locale, non fosse altro che per preservare il valore lungimirante e il significato culturale e sociale delle esperienze amministrative maturate nelle nostre realtà locali: si tratta di un patrimonio di buone pratiche fondamentali anche per orientare le scelte di governo nel senso del bene comune, ad evitare che tutto si omologhi e svilisca in una chiave di corto respiro economicista, e che non si distingua fra spesa pubblica buona, e quella cattiva.

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  2. Miria Bisi says:

    Penso a Berlinguer, al suo strappo con Mosca, la sua terza via, ad occhetto, Ulteriore strappo, in un percorso carsico la sinistra Italiana ha cercato di portare il meglio della sua esperienza e di buttare il cuore oltre l’ostacolo.
    Non più dittatura del Proletariato, non più abolizione del capitalismo.
    Il Nuovo orizzonte è mettere al centro la Persona, Questo significa modificare il senso della politica, non più delegata alla sola sfera pubblica ed alla carità- assistenza, ma progettare interventi per una buona vita in terra dei cittadini e delle cittadine, al centro il lavoro come primo diritto contro vecchie e nuove schaivitù e come elemento di emancipazione e liberazione.
    Quali sono i bisogni di una vita dignitosa?, quali i diritti di civiltà che affermiamo oggi per un nuovo futuro?.
    Si tratta di uscire da una concezione corporativa e separata del vivere umano ed affrontare una rivoluzione culturale e politica necessaria, forse unica risposta alla crisi epocale ed alla globalizzazione.
    Se queste miei riflessioni possono essere condivise, il novecento ha bruciato se stesso, e le vecchie aggregazioni Umane.

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