Governo Renzi: perplesso, ma spero il bene

24 Feb
24 febbraio 2014

Dall’esito delle votazioni dell’8 dicembre scorso con l’ampio successo di Renzi per la segreteria del PD, pur non avendolo votato, mi sono posto  in un leale e rispettoso atteggiamento nei riguardi della sua nuova leadership, con la curiosità di vederlo alla prova e di misurarne sui fatti l’effettiva consistenza e spessore politico.

Debbo riconoscere che le prime iniziative, scontando un po’ di effetti speciali propri del personaggio e delle regole della comunicazione, mi sono sembrate convincenti: soprattutto l’accelerazione imposta sul terreno delle riforme, da quella elettorale a quelle istituzionali. Anche la concretizzazione delle proposte  ha avuto comunque il pregio di smuovere una discussione e di mettere ciascuno di fronte alle sue responsabilità, anche se non sono poche le riserve perché in sostanza il modello elettorale prefigurato è un “porcellinum”, costringe ad alleanze un po’ eterogenee  – in cui peraltro è più avvantaggiato il centrodestra –  e impone un vestito troppo stretto, di taglia bipolare, che sacrifica pesantemente la rappresentanza e il diritto di tribuna, mentre il superamento del Senato (giusto) con una sorta di Direttivo dell’ANCI e della Conferenza delle Regioni quale Camera delle Autonomie è una soluzione piuttosto improbabile,.

Sono invece rimasto molto perplesso, come tanti penso, per la precipitazione degli eventi, che hanno portato alla liquidazione del Governo Letta, e alla successiva formazione del  Governo Renzi.  E’ vero che la crisi morde e c’è bisogno di risposte urgenti  e novità radicali, con un forte segno di equità, per la crescita e l’occupazione. Come è un fatto che il Governo Letta stava perdendo mordente, probabilmente anche per il logoramento indotto dalla sistematica delegittimazione che, di fronte al paese, è stata orchestrata dallo stesso segretario del PD, e non solo.

Quel che non convince, o che forse ha bisogno di essere meglio motivato  se la situazione è quella “palude” da cui bisogna uscire, è perché e come lo possa fare la stessa maggioranza che sosteneva il Governo Letta, con gli stessi vincoli di compatibilità di bilancio e rispetto degli impegni europei che sicuramente ne hanno frenato fin qui molto l’azione. Certamente Renzi è più forte politicamente, e potrà imprimere un impulso di operosità e capacità di concretizzazione, fino alla fine della legislatura, potendo portare all’opinione pubblica un bilancio di risultati e riforme. Ma non ci si può illudere che il percorso non sia irto di difficoltà, che il fatto di aver condotto una “operazione di Palazzo” non pesi nei giudizi, che la condizione della “strana maggioranza” non sia di serio ostacolo.

Insomma, avrei preferito un percorso più lineare, che garantisse il sostegno al governo Letta (da incalzare ad ogni momento, ma in un rapporto di assunzione di responsabilità e lealtà) mentre si compivano le riforme della legge elettorale e istituzionali, per poi andare al voto nel 2015, e intraprendere l’azione più incisiva di risanamento e rilancio del paese in una condizione di piena legittimazione, e con una maggioranza coerente in suo appoggio.

Naturalmente mi mancano elementi di valutazione più approfondita, e può davvero essere che la situazione fosse giunta a un punto limite. Non posso tuttavia nascondere la sgradevole sensazione lasciatami dalla Direzione del PD  in cui è stata presa la decisione di ritirare la fiducia al Governo Letta. E questo, non solo per la scarsità di elementi di merito portati a sostegno della decisione ( magari una sorta di anticipazione di sfiducia costruttiva, in cui mettere in evidenza gli obiettivi di prospettiva che si punta a conseguire ), ma anche per la ruvidezza dello stile e la sbrigatività dei modi. Non si tratta solo di forma: rispetto, lealtà, empatia sono aspetti sostanziali nella vita di una comunità politica, e fondano la qualità del confronto e della dialettica, nonché il senso di appartenenza e l’ossequio alle decisioni democraticamente assunte dalla maggioranza degli aventi titolo. Ma in quella Direzione, che ho seguito per intero, si respirava piuttosto un’atmosfera da pensiero unico, e la prospettazione di posizioni già assunte e solo da certificare.

Ora c’è il Governo di Renzi, costruito come si è letto sulla sua centralità, e non resta che augurarsi che sappia fare le tante cose promesse: non è solo Renzi che si gioca la faccia in questa operazione, la sua scommessa azzardata mette in gioco il rapporto del PD con la società italiana, e la speranza di riscatto, rinnovamento e futuro per il Paese.

Per questo bisogna sperare che faccia bene, dargli credito e, al netto delle riserve, piena disponibilità di sostegno.

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  1. Pino Dieci says:

    Caro Giuliano, condivido tutto quanto hai scritto, ahimé. Ciao. Pino

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