Si fa presto a dire riforme…
Dalla scorsa settimana ha preso forma, anche in Emilia-Romagna, il nuovo assetto ordinamentale delle autonomie locali come previsto dalla legge n. 56 “Disposizioni sulle città metropolitane, sulle province, sulle unioni e fusioni di comuni”, del 7 aprile 2014.
Si è così avviato un processo attuativo delle disposizioni introdotte per un disegno riformatore e di riarticolazione del sistema di governo locale, che peraltro la legislazione regionale aveva già anticipato in tema di associazionismo e fusioni dei Comuni, e che tuttavia abbisogna, per entrare a regime, di un percorso assai impegnativo, da concretizzare per fasi successive, e che necessita di presidio e governo.
La legge disegna un nuovo modo di essere del governo locale, che contiene molte potenzialità per portare a una maggiore semplificazione, celerità ed efficacia dei processi decisionali, realizzare una flessibilità di modelli di governo e soluzioni di gestione amministrativa in grado di interpretare le diversità e specificità territoriali presenti nelle variegate realtà del Paese, promuovere un equilibrio armonico dei sistemi locali.
Il disegno è ambizioso e condivisibile, anche per la novità: in passato i progetti di riforma degli assetti di governo territoriale sono sempre stati approcciati “dall’alto”, definendo una uniformità di profili e attribuzioni che, se garantivano l’omogeneità, limitavano e condizionavano però diversità e vocazioni. Ora l’impianto è tratteggiato a maglie larghe, e chiede di essere strutturato con scelte attuative “dal basso”, con un protagonismo delle autonomie locali in una forte sinergia con la funzione regolatrice della Regione.
E’ certo una sfida sulla frontiera dell’innovazione istituzionale, per la modernizzazione del funzionamento di una parte dello Stato e della macchina burocratica pubblica, almeno alla scala regionale e locale, dall’esito non scontato, sia per la complessità dei problemi che solleva, e le ambivalenze, contraddizioni, incertezze del quadro normativo come è stato al momento definito, sia per come sarà (e in che tempi) completato. Ad esempio, 15 città metropolitane appaiono ridondanti in rapporto alla morfologia del territorio italiano, le modifiche che si prevede di apportare al Titolo V della Costituzione sembrano restringere l’ambito di competenza riconosciuto alle Regioni, e bisognerà vedere se la flessibilità che appare al momento loro lasciata nel tratteggiare le nuove funzioni da gestire su area vasta non sarà ancora una volta limitata e irrigidita per legge nazionale. Pure i meccanismi previsti per l’ espressione della Governance, e per garantire la rappresentanza, a stare alle cronache riportate dai media nei giorni scorsi (non mi riferisco alla nostra Provincia), alla prova, non sono apparsi particolarmente appropriati.
La questione investe direttamente il ruolo e le competenze del Governo regionale: occorre evitare il rischio di una polarizzazione sui punti forti del sistema regionale, in primis la città metropolitana ed i Comuni capoluogo, a scapito di un disegno per la crescita, inclusiva, intelligente e sostenibile che “metta in rete” tutti i territori, costruendo, attraverso le Unioni (ma bisognerà accelerare i processi di fusioni di Comuni, sugli esempi positivi già in essere) e la individuazione delle aree vaste, un’armatura della realtà emiliano-romagnola in grado di ottimizzare gli obiettivi della riforma, per garantire a tutta la comunità regionale, ed ai singoli territori, più competitività e attrattività, senza appannare identità e appartenenza.
Per farlo, senza l’illusione di far rivivere la stagione di passione civica e di slancio politico e culturale che accompagnò nel corso degli anni ’70 la nascita delle Regioni ed una entusiasmante fase di sviluppo delle autonomie locali, occorrerà investire molto sulla formazione, sia verso gli amministratori, sia per gli operatori, sviluppare progetti di informazione e partecipazione rivolti ai cittadini e alle comunità interessate, sollecitare, con le dovute incentivazioni e ripartizione di benefici, i Sindaci e i territori a non rimanere prigionieri dei vari localismi, senza per questo veder disperdere il valore di piazze e campanili.
Non oso pensare quale risultato potrebbe venire da una non efficace attuazione della riforma nella generalità del paese, con l’effetto di determinare più diseconomie, inefficienze, appesantimenti burocratici, squilibri territoriali e maggiori costi: so però per certo che l’Emilia-Romagna è all’altezza di misurarsi con questa sfida, rinvigorendo in questo modo quell’ambiente per lo sviluppo sostenibile, il welfare, la buona occupazione e l’intrapresa che hanno fatto la differenza e la ricchezza umana e sociale delle sue genti, portando un contributo perché anche a livello nazionale lo spirito della riforma consegua i risultati attesi, per contenere la spesa, modernizzare il paese, valorizzare le sue articolazioni regionali e locali, migliorare la soddisfazione dei cittadini nei rapporti con la pubblica amministrazione e lo Stato.
